Smart working: come superare la fase di panico e partire con il piede giusto

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In questo articolo parlerò della mia giornata di formazione a Roma per lo Smart Working Day che si è svolto il 3 ottobre 2017 nella sede di eFM Roma. Riporto alcuni dati del Politecnico di Milano, il mio resoconto e una considerazione finale.

Premetto che da quando sono entrato nel mondo del lavoro nel 1993 avevo 24 anni (oggi ne ho 48 con esperienze in settori diversi) e sono state tantissime le volte che mi sono chiesto: ma sono felice di quello che sto facendo? Perchè il punto, a mio avviso, è esattamente questo. E mi ha fatto molto piacere sentirlo dire anche a Roma, in più momenti, ma in particolare da Alberto Mattei, consulente freelance di comunicazione online e fondatore di www.nomadidigitali.it, per me da tre anni una sorta di guru. Con la sua newsletter mi ha trasmesso tutto quello che avevo sempre pensato e non avevo mai avuto il coraggio di dire.

Se a sostenerlo, un paio di lustri fa eravamo forse un manipolo di illusi e strana gente, oggi il valore della felicità nel lavoro è diventato un asset strategico per le aziende. Per le nuove generazioni e per i migliori talenti, è davvero tutto, depositato nel profondo del loro dna. E di questo aziende e imprenditori farebbero bene a tenerlo presente. 

Perchè un’azienda dovrebbe fare il salto e avere rapporti con smart workers? I motivi possono essere molti, come si potrà leggere nel corso di questa pagina. A mio avviso il motivo principale è per rendere l’organizzazione più reattiva ai cambiamenti sempre più repentini dei mercati e delle abitudini dei consumatori. Quante aziende in questi anni hanno fallito perchè incapaci e senza strumenti per reagire? Molte, moltissime.

Torniamo però al tema della felicità, argomento che mi interessa molto. Meglio avere in azienda persone felici o infelici? Felici dentro o felici fuori il perimetro aziendale? La mia formazione mi impone di trovare sempre elementi oggettivi su cui discutere, insomma servono dati. E iniziano ad esserci, tra l’altro anche molto interessanti, e li vedremo.

Tuttavia ciò che mi preme sottolineare in questo articolo è che finalmente anche in Italia, dal 2015 in poi, si è finalmente iniziato a parlare seriamente di smart working. Quindi non potevo non andare a Roma. Tra l’altro volevo assolutamente conoscere dal vivo gli organizzatori Seedble, Inside Factory e Be Happy Remotely.

Un evento molto atteso dopo l’approvazione a maggio scorso della Legge n. 81/2017 che per la prima volta crea in Italia un quadro normativo definito dopo oltre dieci anni dall’accordo interconfederale del 9 giugno 2004 sul telelavoro. Un’esperienza davvero positiva. Colgo quindi subito l’occasione per consigliare vivamente di partecipare ad una delle prossime tappe: Napoli (8/11/2017), Treviso (14/11/2017), infine Catania (29/11/2017) (qui per la registrazione l’evento è gratuito)

Ho parlato di dati, eccoli.

L’11 ottobre scorso a Milano si è svolto il convegno di presentazione dei dati sullo Smart Working dell’Osservatorio del Politecnico. Il focus è stato molto ampio. Qui mi concentro su quanto è diffuso lo smart working in Italia tra aziende e pubbliche amministrazioni, quanti sono gli smart workers in Italia.

Gli smart workers in Italia sono 305.000, l’8% del totale dei lavoratori del campione e crescono con percentuali importanti: + 14% rispetto al 2016 e + 60% rispetto al 2013. Aumentano tra le grandi imprese ed anche tra le PMI, poco nella Pubblica Amministrazione (5%). Secondo il rapporto del Politecnico, l’adozione di un modello “maturo” di smart working potrebbe produrre un incremento di produttività pari a circa il 15%, che a livello Paese significa 13,7 miliardi di euro di benefici complessivi.

Gli smart workers trascorrono mediamente solo il 67% del tempo lavorativo in azienda, contro l’86% degli altri, lavorando anche in altre sedi dell’azienda ma anche presso clienti o fornitori, a casa o in spazi di coworking. Solo l’1% si ritiene insoddisfatto (contro il 17% degli altri lavoratori); il 50% è pienamente soddisfatto. Qui la ricerca completa

 

La giornata di formazione a Roma

L’obiettivo è stato presentare, in rapida successione, tutta una serie di interventi con tools, suggerimenti, best practices, case history e scenari futuri per chiarire che cosa è o, meglio ancora, che cosa non è lo smart working. L’incontro è andato sold out. In sala circa 300 persone, mi è sembrato un pubblico decisamente variegato: responsabili delle risorse umane, HR experts, manager, professionisti e smart workers di oggi e di domani…

Andrò quindi ad approfondire in particolare l’intervento di Andrea Solimene (foto), CEO e Co-fondatore di Seedble intervenuto per primo con l’intervento “Smart Working: lusso o sopravvivenza?” e Alberto Mattei.

Andrea Solimene ha aperto il dibattito con una domanda: perchè ha senso ora lo smart working? Molto bella la suggestione fornita dalla versione smart della celebre piramide di Maslow che alla base, tra le esigenze primarie dell’individio, inserisce ai primi posti wi-fi e batteria. Citando il caso di un’azienda americana, Solimene ha voluto far notare come oggi sia possibile progettare e produrre abbattendo i costi coinvolgendo adeguatamente una community di appassionati sparsi per il globo. 

Il CEO di Seedble ha spostato il tiro sul tema dei dipendenti di un’azienda e l’organizzazione del lavoro. Domanda: se i dipendenti sono il motore di un organizzazione, che cosa facciamo per loro? Questo gli ha consentito di sviluppare un ragionamento, che in sintesi dice: fare in modo che le persone che creano valore sia messe in condizione di farlo al meglio, rivedere l’approccio da quello classico (c’è manager che controlla) a un approccio molto più collaborativo dove il manager diventa un facilitatore per il raggiungimento degli obiettivi che non sono imposti, bensì condivisi con lo smart worker.

L’intervento di Solimene è stato molto importante anche nel momento in cui ha invitato a fare attenzione perchè oggi purtroppo sullo smart working c’è ancora tanta confusione e interpretazioni differenti “che potrebbero essere dannosi per le aziende”. Quindi cosa non è lo smart working? Non è telelavoro, non è solo rapporti di lavoro subordinato, interessa tutta l’organizzazione e non solo il rapporto tra manager e qualche collaboratore. Non è solo usare le nuove tecnologie o lavorare un giorno a casa. Lo smart working – ha detto poi ancora Solimene – è mettere una persona nelle condizioni di essere autonoma, responsabile per creare quel rapporto di fiducia con l’azienda che è fondamentale. Non importa da dove lavora perchè ha degli obiettivi.

Altro aspetto da chiarire: è fondamentale che si prenda in considerazione l’intera riorganizzazione degli spazi di lavoro, per svolgere l’attività nel posto giusto. Servono quindi luoghi dove stare concentrati e isolati, luoghi deputati a sessioni di confronto, ecc.ecc. Il tema del comfort ambientale, la rumorosità, l’impatto visivo sono aspetti importantissimi, incidono molto sulla produttività della persona. Poi tanta tecnologia e un must assoluto: una cultura aziendale aperta all’innovazione costante. In sintesi: comportamenti, tecnologie (che devono abilitare le persone) e spazi. “L’ufficio – estremizza Solimene – ecco quindi che diventa un punto d’incontro. Ovviamente va trovato il giusto equilibrio tra l’online e l’offline”.

Avviandosi alle conclusioni, Solimene ha sollevato una domanda chiave: siamo pronti al cambiamento? “E’ importante – ha quindi detto – lavorare in maniera delicata e testare con dei progetti pilota. Cambiamento è innovazione. Non esiste un approccio unico. Ogni organizzazione ha la propria cultura e non è detto che ciò che ha funzionato in un azienda possa funzionare in un altra. Avere più casistiche possibili da analizzare può aiutare molto, anche per attingere il meglio. Infine creare e infondere fiducia, perchè le tecnologie annullano le barriere”.

Nel corso della giornata è stata anche commentata la legge di riferimento, la Legge n. 81/2017. Da una parte c’è  chi trova ancora oggi nel lavoro dipendente la propria soddisfazione, amplificata dalla possibilità di sfruttare tutti i vantaggi che le nuove tecnologie (videoconferenze, tools per la condivisione di processi e programmi di lavoro, ecc.ecc.). Dall’altra c’è chi mette al primo posto la libertà, pone il proprio focus sulle competenze, sull’aggiornamento continuo e sulle tecnologie ma intende lavorare dove, come e quando vuole. Il cambio di paradigma è totale: non più compensi economici per il tempo per cui lavori, ma per obiettivi.

La legge appena approvata si può a mio avviso definire, in buona sostanza, una una versione avanzata di quella sul telelavoro. Non poteva essere diversamente. Il legislatore, per definizione, non ha volato alto, non è nella sua mission. Così ci troviamo davanti due mondi paralleli: quello che prospetta la legge e quello che invece i professionisti stanno già facendo sfruttando in mille modi le opportunità offerte dalla rete e dalla rivoluzione digitale.

 

Nomadi digitali: prima di tutto una scelta e uno stile di vita

Smart worker si nasce … o si diventa? Secondo me …. si nasce! Il mantra: padroni di se stessi e del proprio lavoro e delle proprie competenze. “Non solo tecnologie, ma tornare a essere felici di lavorare” – ha detto Alberto Mattei fondatore di www.nomadidigitali.it 

La home del sito Nomadi Digitali

Chi sono i nomadi digitali di questa community? Sono persone che hanno deciso di diventare proprietarie del proprio lavoro. “L’immagine stereotipata di una persona che lavora con il pc in spiaggia certo è un po’ esasperata – racconta divertito Alberto Mattei – ma trasmette bene concetto della felicità. Il nomade digitale non è detto che sia costantemente viaggio. Tuttavia è sempre pronto a spostarsi in luoghi e paesi diversi in base alle proprie esigenze per essere nell’ecosistema giusto, ad esempio un luogo di lavoro o in una una città perchè c’è un movimento o una tendenza da seguire. Parliamo quindi di una generazione di professionisti tra i 40 e i 50 anni che usa la mobilità in un certo modo e intende spendere le competenze maturate in differenti contesti. Poi ci sono anche le nuove generazioni, che magari hanno meno esperienze ma tanto entusiasmo. Per loro la felicità sarà tutto e questo è certamente un valore aggiunto da portare in azienda”.

In conclusione …

Quello che appare chiaro è che lo smart working è un processo complesso, serve da parte del management una visione chiara e una vision di lungo termine. Fondamentale quindi condividere tutto con le varie funzioni aziendali, e tutti i dipendenti, asset primario da curare. Applicare un progetto di smart working è quindi una filosofia d’impresa. Significa sapersi adattare al cambiamento, promuovere un lavoro fondato sui concetti cardine di flessibilità ma soprattutto fiducia, pilastro fondamentale su cui poggia il rapporto tra datore di lavoro e dipendente.